Longyearbyen, la città artica dove dal 1950 non puoi morire: il motivo inquieta i residenti

È una regola che suona come una barzelletta, ma qui non lo è: a Longyearbyen, la cittadina delle Svalbard con circa 2mila residenti, è vietato morire. La proibizione non nasce da superstizione ma da una constatazione pratica: il terreno gelato mantiene i corpi intatti, con conseguenze che vanno oltre il rispetto dei defunti. Chi vive o lavora nell’arcipelago lo sa bene: il freddo estremo congela anche i processi biologici e trasforma il cimitero in una sorta di archivio naturale. Un dettaglio che molti sottovalutano è che non si tratta solo di memoria storica, ma di un rischio concreto legato alla persistenza di agenti patogeni all’interno del permafrost.

Perché la sepoltura è vietata

La legge che impedisce la sepoltura risale alla metà del secolo scorso, quando gli abitanti notarono che i corpi non si decomponevano come al resto del mondo. Il cimitero locale non smaltiva i resti: il freddo li conservava, e con essi potevano restare attivi microrganismi e virus. Questo non è teoria: in passato gli scienziati che hanno riesumato vittime della pandemia influenzale del 1918 sono riusciti a recuperare campioni virali ancora riconoscibili. Per questo motivo la presenza di materiale biologico congelato è considerata un potenziale pericolo sanitario.

Con il progressivo aumento delle temperature la situazione si complica: il riscaldamento globale sta alterando la stabilità del suolo gelato, e parti di permafrost che per decenni hanno “conservato” resti e rifiuti ora rischiano di tornare alla luce. Non è un’ipotesi remota; studi e casi dalla Siberia mostrano come il disgelo possa riattivare agenti patogeni rimasti sepolti per secoli. Un fenomeno che in molti notano solo d’inverno, ma che ha implicazioni ambientali e sanitarie nell’arco dell’anno.

Non sorprende che a pochi chilometri sia stata costruita la Global Seed Vault, la cassaforte dei semi che protegge varietà vegetali per emergenze globali. È un paradosso visivo e pratico: mentre non è permesso essere sepolti sull’isola, l’umanità affida qui una parte della sua memoria biologica, consapevole della fragilità del ghiaccio che la custodisce.

In questa città norvegese è illegale morire dal 1950 e il motivo sta nella temperatura
Un termometro esterno a Longyearbyen che segna una temperatura di pochi gradi sotto lo zero, evidenziando il clima rigido della città. – fotobertotti.it

La vita quotidiana e le conseguenze pratiche

Le regole sulla morte hanno ricadute quotidiane forti. La cremazione è la soluzione alternativa, ma pochi la scelgono: per questo motivo chi si trova in condizioni terminali viene di norma trasferito sulla terraferma. In pratica, se un medico ritiene che la fine sia vicina verrà fatto ogni sforzo per spedire il paziente fuori dalle isole. Lo spiegano anche ricercatori e operatori sanitari: si preferisce il trasferimento piuttosto che rischiare problemi legali e sanitari legati alla decomposizione.

Il sistema sanitario locale è predisposto per emergenze di base: l’ospedale copre traumi e cure primarie, ma non è attrezzato per interventi complessi. In caso di fratture gravi o necessità di chirurgia avanzata è previsto il trasferimento in aereo medico verso Tromsø o altre città norvegesi. Le donne incinte sono invitate a trascorrere le ultime settimane sulla terraferma; una politica che rende i nati sull’isola un numero limitato e contribuisce a una popolazione considerata in gran parte transitoria.

Non ci sono case di riposo e pochi superano i settant’anni: la comunità mantiene un ritmo di vita pensato per lavorare e fare ricerca, non per terminare la vita. Alle Svalbard la notte polare dura mesi e la città vive periodi di buio continuo, mentre chi resta può contare su spettacoli naturali come l’aurora boreale. Un particolare che attira visitatori e che però non cambia la sostanza: sei libero di vivere e lavorare lì, ma non di essere sepolto.

La contraddizione rimane evidente: vicino alla città c’è la cassaforte dei semi, simbolo di conservazione globale, mentre il disgelo minaccia ciò che il ghiaccio ha tenuto nascosto per decenni. È una realtà che collega la vita quotidiana degli abitanti a scelte sanitarie e ambientali con effetti concreti sulla gestione delle comunità polari.

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