Davanti a uno schermo che mostra in tempo reale un rendering di un edificio sospeso tra geometrie e luci, si avverte un cambio di passo nel modo di progettare. In questi mesi, architetti e ingegneri in diverse città italiane stanno sperimentando ambienti digitali dove la intelligenza artificiale non è più un semplice strumento di supporto, ma un vero co-designer. L’atmosfera è quella di uno studio in fermento, con modelli che si trasformano in pochi click e proposte che si susseguono a ritmo sostenuto. Un dettaglio che molti sottovalutano è come questa spinta alla velocità influisca anche su iter decisionali e approvazioni, coinvolgendo i committenti in modo più immediato.
L’evoluzione del concept con l’intelligenza artificiale
Il concept architettonico tradizionale nasceva da schizzi manuali, modelli in scala e revisioni che richiedevano giorni di lavoro. Allo stesso tempo, il primo impatto visivo con il cliente era spesso frammentato da schizzi poco definiti. Intanto, con l’arrivo dei software CAD e dei primi strumenti digitali, quel flusso è migrato in un modello 3D concettuale, con rendering che miglioravano la comprensione ma restavano vincolati a competenze specialistiche e tempi di elaborazione elevati.

Negli studi del Nord Europa e nel Lazio, la digitalizzazione ha già cambiato molte pratiche, ma solo un paio di anni fa l’integrazione vera e propria con il BIM ha permesso di collegare dati tecnici e parametri di progetto fin dalle prime battute. I modelli BIM hanno reso possibili simulazioni preliminari di luce, temperatura media e flussi interni, ma richiedevano ancora skill specifiche e software dedicati.
In questi mesi, i generatori di architettura AI hanno introdotto un’ulteriore svolta. Ora basta indicare un brief testuale o un’immagine di riferimento per ottenere varianti concettuali e rendering fotorealistici in pochi secondi. Un fenomeno che in molti notano solo d’inverno, quando la luce naturale scarseggia e diventa cruciale capire subito l’atmosfera di un ambiente.
Prompt design e strumenti professionali
La qualità del concept generato dipende in gran parte dal prompt, ovvero dall’istruzione che guida l’algoritmo. Un prompt efficace specifica tipologia e funzione dell’edificio, stile desiderato, materiali, contesto urbano o naturale e le condizioni di illuminazione. Un dettaglio che molti sottovalutano è la scelta delle parole che descrivono l’atmosfera, perché anche una piccola modifica può cambiare radicalmente l’immagine ottenuta.
Per un progetto residenziale in Italia, per esempio, si definisce un contesto mediterraneo con facciata in pietra e vegetazione verticale: così l’algoritmo restituisce un concept che rispetta anche le esigenze di sostenibilità e comfort climatico. Nel corso dell’anno, gli operatori segnalano che questo approccio riduce le iterazioni e snellisce il dialogo con chi non è tecnicamente addetto ai lavori.
La fase successiva prevede un raffinamento iterativo: si corregge il prompt, si aggiungono riferimenti visivi propri e si stabiliscono parametri di scala e proporzione. Così si mantiene il controllo progettuale, evitando derive estetiche troppo astratte. In diverse cittadine del Nord Italia, team multidisciplinari stanno sperimentando livelli di coinvolgimento più ampi, grazie a un workflow integrato tra creativi, modellisti e specialisti impiantistici.
Sul mercato esistono piattaforme specifiche per l’edilizia che consentono di importare schizzi 2D o modelli preliminari e di esportare direttamente nel flusso BIM. Strumenti generici come Midjourney o DALL·E 3 restano utili per esplorazioni estetiche, mentre soluzioni dedicate favoriscono continuità tra concept e sviluppo tecnico.
Prospettive di evoluzione e futuro dell’AI in architettura
Uno dei prossimi passi è il generative design, dove l’algoritmo non si limita a proporre immagini, ma esplora soluzioni ottimizzate in base a vincoli dimensionali, strutturali, energetici ed economici. L’architetto definisce obiettivi e limiti, mentre la macchina elabora migliaia di alternative e suggerisce configurazioni performanti e innovative.
Il digital twin applicato all’architettura porta un’altra rivoluzione: creare repliche virtuali di edifici e territori, integrando dati reali per simulare flussi di persone, consumi energetici e scenari di manutenzione. Un aspetto che sfugge a chi vive in città è la possibilità di testare in anticipo l’impatto ambientale e funzionale di ogni scelta, riducendo errori e costi sul cantiere.
Infine, il metaverso architettonico apre la strada a sessioni immersive in scala reale: progettisti e committenti possono camminare virtualmente all’interno di spazi non ancora costruiti, valutare percezione, luci e prospettive, e co-creare in tempo reale modificando materiali e volumi con semplici comandi.
Nella vita quotidiana di molti studi italiani, questa evoluzione sta già rimodellando processi e professionalità, introducendo un equilibrio nuovo tra creatività umana e potenza computazionale. È una tendenza che molti professionisti stanno già osservando e che promette di trasformare definitivamente il modo di concepire gli spazi.